Liceo scientifico   G. Torelli  di  Fano J. Nendza

22-01-09

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Cinque poesie di Juergen Nendza in italiano con testo a fronte

 

Der Himmel legt sein blaues Papier über

dein luftiges Kleid: ein fast transparentes

Begehren. Du wiegst den Sommer

mit der Hand im Nacken, in deiner Armbeuge

öffnet sich ein Fenster: vielleicht kam die Liebe

da durchgeflogen und hing die Zeit

an den Nagel. Ich nehme dein Bild

von der Wand, lege es in meine Worte.

Das Glas ist von außen beschlagen,

von innen.   

 

Depone il cielo la sua carta azzurra

sul tuo abito d’aria: un desiderio

quasi trasparente. Culli l’estate

con la mano alla nuca, una finestra

s’apre nell’angolo del braccio: forse

l’amore è giunto in volo e ha appeso il tempo

al chiodo. Il tuo ritratto alla parete

prendo, e depongo nelle mie parole.

Il vetro fuori s’è appannato,

                                              e dentro.

 

 

 

 

Der weiße Bauch der Möwe könnte erzählen

vom Mond, der sich entdeckt in der Gezeitenzone.

Ein schönes Motiv, denkst du, für den Anfang,

 

für die Suche nach einem Gleichgewicht

in der Luft, die hier über einer Felskuppe steht.

Eine Felskuppe unter Gehäusekegeln,

 

Napfschnecken übersät, wie die Skulptur

einer Massenbewegung: Höckerlinie,

Westwall landeinwärts, Richtung Basel.

 

Darüber die Möwe hat sich entfernt

und kreist am Bildrand über einer Dünung,

die ein Bahndamm gewesen sein könnte,

 

der davon erzählt, daß er ein Kugelfang war.

 

Potrebbe il ventre bianco del gabbiano

dire la luna, che si svela nella zona

delle maree. Bello spunto per l’inizio,

 

pensi, per la ricerca d’equilibrio

nell’aria, immobile qui su una cresta di roccia.

Cresta coperta di coni di guscio,

 

cosparsa di patelle, la scultura

d’un movimento di masse: Höckerlinie,

Westwall nell’entroterra, verso Basilea.

 

Lassù il gabbiano, lontano, sul margine

della scena, volteggia su una duna,

che forse l’argine fu della ferrovia,

 

e dice i colpi di cui fu fatta segno.

 

 

 

 

Orvieto. Nachmittags im Kellersystem. Tuffgestein,

Porzellanerde, im Kühlfach der Gänge gestapelte

 

Fristen. Es verläuft noch etruskisches Wasser

unter den Einfluglöchern bei der Ankunft

 

in zehntausendfach gurrenden Vorratslager

für das Zentrum darüber, das sich ausspricht

 

im Blutwunder gegen Ketzer. Auf vulkanischem Fels

gehen wir an Deck. Das Schiff aus Kalkstein, Basalt,

 

als wäre die arabische Schönheit gekommen,

und wir bewundern Signorellis Liebe zum Detail

 

abgründiger Menschennatur, während

draußen auf den Bildschirmen sich fortsetzt

 

die Anatomie der Übergriffe: in Genua,

sehen wir, werden Gefangene gemacht

 

zwischen Denken und Sprechen,

Tote.

 

Orvieto. Il pomeriggio nei reticoli di cantine. Tufo,

porcellana, nel frigo dei cunicoli accumulate

 

scadenze. Ancora si disperde l’acqua etrusca

sotto le aeree cavità all’arrivo

 

in diecimila volte tubanti magazzini di provviste

per il centro lassù, che si esprime

 

nel prodigio del sangue contro eretici. Su vulcanica

roccia andiamo in coperta. Nave di pietra calcarea, basalto,

 

come fosse giunta la bellezza araba,

di Signorelli ammiriamo l’amore al dettaglio

 

della natura umana misteriosa,

e fuori dagli schermi si prolunga

 

l’anatomia delle violazioni: a Genova,

vediamo, sono fatti prigionieri

 

tra pensiero e parola.

Morti.

 

 

 

 

 

 

Vielleicht

ist es das Erzittern,

mit dem wir beginnen und enden,

während die Augen am Himmel saugen

im Rhythmus einer Sprache

ohne persönliche Besitzanzeige:

Kupfer, Zimt, ein türkisfarbenes

Fliegengewicht, sagen die Luftwurzeln,

und wir zerstäuben im Lichtfächer

des Kolibris, im Nonstoppflug, Jetlag:

drei Gramm Flugtöne und –rausch,

Variationen in Kalliopes Stimme.

So bleiben wir stehen

in der Luft, in einer Schleife

ohne toten Umkehrpunkt, während

unter uns die Landschaft

weiterzieht.

 

Forse

è il sussulto

con cui cominciamo e finiamo,

mentre gli occhi aspirano il cielo

nel ritmo di una lingua

senza pretese di proprietà:

rame, cannella, un peso mosca

turchese, dicono le radici nell’aria,

e vaporizziamo nel ventaglio di luce

del colibrì, nel volo senza scalo, jetlag:

tre grammi di suoni e sbornia di volo,

variazioni nella voce di Calliope.

Così restiamo sospesi

nell’aria, in una curva

senza punto di ritorno,

mentre sotto il paesaggio

ci oltrepassa.

 

 

 

  

Vielleicht

wird uns einmal gefallen

die Art, wie Ameisen

aus unserem Schatten treten.

Einmal, wenn deine Haut

nicht mehr durchblutet ist,

wird sie weiß sein

wie das Papier, auf dem ich

schreibe, auf dem du

liest, weiß und still:

Ein abgelegtes Hochzeitskleid

wird sie sein, immer schon

mit dir beschrieben,

und wenn der Umkehrpunkt

gestorben ist, das Laken

in letzter Umdrehung verharrt

unter einer Landschaft

aus Träumen,

die über uns hinwegzieht,

dann frag ich dich:

wieviel Belichtungszeit

braucht das Glück, bevor

die Augen uns schließen.

 

Forse

un giorno ci piacerà

il modo in cui le formiche

fuoriescono dalla nostra ombra.

Un giorno, se la tua pelle

esangue non più irrorata

sarà bianca

come la carta su cui io

scrivo, su cui tu

leggi, bianca e silenziosa:

un abito dismesso da sposa

sarà, da sempre

impregnato di te;

e se il punto di ritorno

muore, il lenzuolo

s’avvolge l’ultima volta

sotto un paesaggio

di sogni

che ci oltrepassa,

ti chiedo, allora:

di che tempo d’esposizione

ha bisogno la felicità, prima

che ci chiudano gli occhi.

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 22-01-09