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Cinque poesie di
Juergen Nendza
in italiano con testo a fronte
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Der
Himmel legt sein blaues Papier über
dein
luftiges Kleid: ein fast transparentes
Begehren. Du wiegst den Sommer
mit
der Hand im Nacken, in deiner Armbeuge
öffnet sich ein Fenster: vielleicht kam die Liebe
da
durchgeflogen und hing die Zeit
an
den Nagel. Ich nehme dein Bild
von
der Wand, lege es in meine Worte.
Das
Glas ist von außen beschlagen,
von
innen.
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Depone il cielo la
sua carta azzurra
sul tuo abito
d’aria: un desiderio
quasi trasparente.
Culli l’estate
con la mano alla
nuca, una finestra
s’apre nell’angolo
del braccio: forse
l’amore è giunto in
volo e ha appeso il tempo
al chiodo. Il tuo
ritratto alla parete
prendo, e depongo
nelle mie parole.
Il vetro fuori s’è
appannato,
e dentro.
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Der weiße Bauch der
Möwe könnte erzählen
vom Mond,
der sich entdeckt in der Gezeitenzone.
Ein
schönes Motiv, denkst du, für den Anfang,
für
die Suche nach einem Gleichgewicht
in
der Luft, die hier über einer Felskuppe steht.
Eine
Felskuppe unter Gehäusekegeln,
Napfschnecken übersät, wie die Skulptur
einer
Massenbewegung: Höckerlinie,
Westwall landeinwärts, Richtung Basel.
Darüber die Möwe hat sich entfernt
und
kreist am Bildrand über einer Dünung,
die
ein Bahndamm gewesen sein könnte,
der
davon erzählt, daß er ein Kugelfang war.
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Potrebbe il ventre
bianco del gabbiano
dire la luna, che
si svela nella zona
delle maree. Bello
spunto per l’inizio,
pensi, per la
ricerca d’equilibrio
nell’aria, immobile
qui su una cresta di roccia.
Cresta coperta di
coni di guscio,
cosparsa di
patelle, la scultura
d’un movimento di
masse: Höckerlinie,
Westwall
nell’entroterra, verso Basilea.
Lassù il gabbiano,
lontano, sul margine
della scena,
volteggia su una duna,
che forse l’argine
fu della ferrovia,
e dice i colpi di
cui fu fatta segno.
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Orvieto. Nachmittags im Kellersystem. Tuffgestein,
Porzellanerde, im
Kühlfach der Gänge gestapelte
Fristen. Es verläuft noch etruskisches Wasser
unter
den Einfluglöchern bei der Ankunft
in
zehntausendfach gurrenden Vorratslager
für
das Zentrum darüber, das sich ausspricht
im
Blutwunder gegen Ketzer. Auf vulkanischem Fels
gehen
wir an Deck. Das Schiff aus Kalkstein, Basalt,
als
wäre die arabische Schönheit gekommen,
und
wir bewundern Signorellis Liebe zum Detail
abgründiger Menschennatur, während
draußen auf den Bildschirmen sich fortsetzt
die Anatomie der
Übergriffe: in Genua,
sehen
wir, werden Gefangene gemacht
zwischen Denken und Sprechen,
Tote.
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Orvieto. Il
pomeriggio nei reticoli di cantine. Tufo,
porcellana, nel frigo
dei cunicoli accumulate
scadenze. Ancora si
disperde l’acqua etrusca
sotto le aeree cavità
all’arrivo
in diecimila volte
tubanti magazzini di provviste
per il centro lassù,
che si esprime
nel prodigio del
sangue contro eretici. Su vulcanica
roccia andiamo in
coperta. Nave di pietra calcarea, basalto,
come fosse giunta la
bellezza araba,
di Signorelli
ammiriamo l’amore al dettaglio
della natura umana
misteriosa,
e fuori dagli schermi
si prolunga
l’anatomia delle
violazioni: a Genova,
vediamo, sono fatti
prigionieri
tra pensiero e
parola.
Morti.
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Vielleicht
ist
es das Erzittern,
mit
dem wir beginnen und enden,
während die Augen am Himmel saugen
im
Rhythmus einer Sprache
ohne
persönliche Besitzanzeige:
Kupfer, Zimt, ein türkisfarbenes
Fliegengewicht, sagen die Luftwurzeln,
und
wir zerstäuben im Lichtfächer
des
Kolibris, im Nonstoppflug, Jetlag:
drei
Gramm Flugtöne und –rausch,
Variationen in Kalliopes Stimme.
So
bleiben wir stehen
in
der Luft, in einer Schleife
ohne
toten Umkehrpunkt, während
unter
uns die Landschaft
weiterzieht.
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Forse
è il sussulto
con cui cominciamo
e finiamo,
mentre gli occhi
aspirano il cielo
nel ritmo di una
lingua
senza pretese di
proprietà:
rame, cannella, un
peso mosca
turchese, dicono le
radici nell’aria,
e vaporizziamo nel
ventaglio di luce
del colibrì, nel
volo senza scalo, jetlag:
tre grammi di suoni
e sbornia di volo,
variazioni nella
voce di Calliope.
Così restiamo
sospesi
nell’aria, in una
curva
senza punto di
ritorno,
mentre sotto il
paesaggio
ci oltrepassa.
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Vielleicht
wird uns einmal
gefallen
die
Art, wie Ameisen
aus
unserem Schatten treten.
Einmal, wenn deine Haut
nicht
mehr durchblutet ist,
wird
sie weiß sein
wie
das Papier, auf dem ich
schreibe, auf dem du
liest,
weiß und still:
Ein
abgelegtes Hochzeitskleid
wird
sie sein, immer schon
mit
dir beschrieben,
und
wenn der Umkehrpunkt
gestorben ist, das Laken
in
letzter Umdrehung verharrt
unter
einer Landschaft
aus
Träumen,
die
über uns hinwegzieht,
dann
frag ich dich:
wieviel Belichtungszeit
braucht das Glück, bevor
die Augen uns
schließen.
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Forse
un giorno ci piacerà
il modo in cui le
formiche
fuoriescono dalla
nostra ombra.
Un giorno, se la tua
pelle
esangue non più
irrorata
sarà bianca
come la carta su cui
io
scrivo, su cui tu
leggi, bianca e
silenziosa:
un abito dismesso da
sposa
sarà, da sempre
impregnato di te;
e se il punto di
ritorno
muore, il lenzuolo
s’avvolge l’ultima
volta
sotto un paesaggio
di sogni
che ci oltrepassa,
ti chiedo, allora:
di che tempo
d’esposizione
ha bisogno la
felicità, prima
che ci chiudano gli
occhi.
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